Guida pratica alle ricorrenze tristi

Il primo anno ti coglie impreparato: credi che sarà una giornata come le altre, che gli anniversari siano qualcosa di fittizio, di convenzionale, che nulla cambia nella realtà rispetto le giornate precedenti. E invece ti rendi conto che qualcosa cambia, eccome: sono i ricordi.
Nel giorno dell’anniversario di una ricorrenza triste i ricordi ti investono come un treno in piena corsa. Come capita per le ricorrenze felici, quando hai piacere di rivivere i bei momenti del passato… solo che in questo caso, che tu lo voglia o no, rivivi i momenti tristi.

Il secondo anno ti organizzi: il lavoro, le amiche, la famiglia, magari a cena fuori, a pranzo in compagnia… non lasci un minuto scoperto perchè sai che, se rimarrai da sola, comincerai a piangere.

Il terzo anno uguale, ma cominci a prenderci la mano, e se resta qualche minuto scoperto lo gestisci, o quanto meno te lo aspetti.

E così via negli anni a seguire: un po’ ti organizzi, un po’ sei capace di gestire il dolore che arriva a ondate, ma almeno sai che poi passa.

E quell’assenza comincia a diventare un po’ una abitudine, e come tale, sempre meno dolorosa ma pur sempre malinconica.

Nel mio caso la malinconia comincia già giorni prima: rivivo quegli ultimi giorni di mia madre, quando venne a stare da noi perchè era Pasqua e perchè proprio non stava bene, perchè il cancro ti logora lentamente. Ricordo i rantoli che sostituivano sempre più i respiri, ricordo i vaneggiamenti che sostituivano sempre più i ragionamenti lucidi.

Sono passati nove anni, io ne avevo 28, ero incinta al sesto mese, lei ne aveva 58: nel frattempo ho avuto due figli, che lei non ha mai conosciuto, ho cambiato casa, e quella nuova lei non l’ha mai vista: mi sono inventata un lavoro, che lei non ha mai potuto apprezzare, e chissà se lo avrebbe fatto.
Restano le domande in sospeso, gli abbracci non dati, le parole non dette.

Resta comunque un filo, invisibile, che non si spezzerà mai.

9 anni senza mamma

 

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